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martedì, 16 dicembre 2008
Settembre, 3/4
![]() Mi ritrovo nella notte arrancando in questa città balorda gli argini luridi del suo fiume immenso dove alle 2 alle 3 alle 4 fino all'alba spacciatori e puttane nigeriane in fila indiana entrano sorridendo tra le file di tavoli reggendo nient'altro che lo sguardo nient'altro che l'orgoglio dell'ennesima vendita stivali firmati le fiche in affitto loro la morale cattolica non ce l'hanno dice l'uomo le vedo entrare in cucina e un boccone dopo l'altro mi dico faranno il loro lavoro e loro non hanno una morale cattolica ed è per quello ed io mi sento tornare in gola tutto quello che ho mangiato come fosse merda come fossero le fiche in affitto delle due nigeriane come fossero loro a nuotare nel mio stomaco che si riempie la svalutazione totale del sesso la svalutazione totale dell'amore nessuno è capace di pensare davvero la morte dell'anima scappo nel freddo invoco una morale qualsiasi ormai non resta più niente che le 23 di una Torino dalle luci calde e dalle gambe veloci di ragazze di ragazzi al fianco non possano cullare gelando non resta più niente da invocare
Lo zero assoluto della vita La morte a fianco Sussurra poesie martedì, 18 novembre 2008
Cicatrici
<< Bisogna guardarsi per quello che si è anche in ciò che non si ama di sé.
Quando ci si guarda comincia l'unico dialogo di senso. >> Louise Bourgeois ![]() Togliere vestiti, maschere, coperture non è mai facile. Ci si spoglia e ci si rende vulnerabili, alla vista, al contatto. Ogni segreto del corpo e della mente è svelato senza riserve, senza ritegno alcuno per chi se lo porta impresso, per chi é costretto a trascinarlo dietro di sé, ovunque vada, costretto a scenderci a patti voglia o no.
Essere nudi -essersi spogliati- vuol dire aver messo da parte la vergogna per i propri segni, per le imperfezioni, le brutture del corpo e dell'anima. Aver rinunciato a fingere, ad essere un Altro, aver scelto di mostrarsi in tutta la bellezza, in tutto lo schifo, lo squallore, la debolezza. Significa avere il coraggio di affermare, di urlare che si é imperfetti. Significa avere il coraggio di essere, quello che si é -qualsiasi cosa- ma esserlo. Avere scelto di essere onesti. Essere onesti non è possibile con nessun altro che con sé stessi. Le varie deviazioni di significato e/o direzione sono solo dettagli. L'onestà si misura solo ed esclusivamente davanti allo specchio. Oggi gli specchi e il loro riflesso sono la risultante deformata di un universo umano che non può altro che nascondersi, mascherarsi, fingere di, sembrare cosa. Sforzarsi di puntare alla radice dell'individuo è cosa assolutamente vana. Non c'è carne oltre la maschera, non segni, non odore, non umore, non sentimenti o pensieri, non ideali. Non c'é l'animale, ma neppure l'essere umano. C'é la perfettissima maschera, il perfettissimo trucco, la perfettissima bugia e mai, meno che mai, il perfettibile uomo. Essere onesti significa scorticare gli occhi dalle immagini già viste, scorticarli perfino dei pensieri, farli sanguinare se necessario, rischiare di diventare ciechi per riuscire a vedere la realtà delle cose materiali ma non solo di quelle. Essere onesti significa ammettere di avere dei limiti, significa la volontà di superarli. Nascondere una cicatrice coprendola -coprendola con un'altra ferita- non la guarisce, non addolcisce il dolore, semplicemente radicalizza uno status tanto da farlo sembrare indice o parte di un'individualità. Mostro la mia pelle nuda per mostrare le cicatrici che vi sono impresse, i segni che le mani di altri ci hanno lasciato, i segni che ci hanno lasciato le mie, la vita e la morte che vibrano, vacillano appena sotto la superficie ad ogni colpo, ad ogni sussulto. Mostro la mia pelle nuda per urlare all' Altro che sono carne, corpo, che sono Animale e non oggetto, che sono femmina. Che sono donna, essere umano. Mostro la mia pelle nuda come atto di rivolta ad un mondo che fa altrettanto per ridurre a merce svalutata i corpi, ridurli a non sentire, non essere, non valere più nulla nel contatto -nello scambio- con l'altro. Mostro la mia pelle nuda perché non possiedo e non significo né bellezza né bruttezza nel farlo. Sono solo corpo vivo fatto di carne e di pensiero. Delle mie cicatrici non ho più vergogna, perchè sono la prova tangibile, inattaccabile, del mio appartenere alla Vita. mercoledì, 13 agosto 2008
Nel tempo dilatato di quelle sere Tangeri era un miraggio disegnato sulla tua pelle bruna asciutta, corrosa dal sole o semplicemente l’ineluttabile bagaglio, l’eredità antica di un gene selvaggio. Un suono, sinuoso, accecante come le mura arroccate sui fianchi scoscesi della scogliera, risuonava tra le labbra dischiuse nella pronuncia, un’atmosfera aperta, stretta tra i denti la lingua era il suono del principio del mondo, scivolava leggera sulla tua bocca. Tangeri. Avevamo nelle ossa, fusa alla pelle, un’impazienza furiosa, un sentire come di ferita, bruciatura, un inizio e una fine. La stanchezza eterna di un sole che mangia le anime prima ancora che i corpi. Il Riad Tanja rubava alle notti il sonno e restavamo lì, addossati ai nostri corpi come carcasse finite, abbandonati a guardarci per le ore interminabili che percorrevano il tempo rimasto all’alba, e in due minuti d’amore il risveglio della luce sul mare. Il porto ai nostri piedi annunciava il mattino. Ci lasciavamo andare alla sabbia come bambini la cui incoscienza fa da destino. Quel mare era la culla di desideri inappagati, malattie mai guarite, di ogni nostro peccato. Ci bagnavamo dentro e il bagliore di quei mattini ci rendeva inaspettatamente innocenti, purificati. Le tue braccia aperte erano il perdono, anche se i lineamenti tradivano l’inganno, eri patria che accoglie al ritorno. Eri tu la guida di un labirinto inestricabile, dove le porte chiuse nascondevano e la chiave per aprirle aveva il significato antico di una nascita alle origini che passava inevitabilmente, ancora e sempre, per la tua bocca abile, veloce, incomprensibile. Tan, ge, ri. Tangeri, parola magica. Principio, fine di noi.
sabato, 10 maggio 2008
![]() ![]() ![]() Non resta niente. Le lacrime versate annaspano, i sogni restano sospesi, ogni cosa immaginata appare diversa. Allucinata, clone/esperienza tattile. Ed esattamente logica nel suo esistere. // Digrigni i denti, nel tuo palpare desideri l'agonia ha le sue logiche ragioni. // Torino non è una città per la plebe. // Torino. Splendida carcassa incartapecorita di sé stessa. // Torino è una sola. La soprannaturale reggia, o la gente che le cammina addosso. // La mia solitudine é albe
di corpi sconosciuti. // Non sono io a sedurli. Sono loro a sedursi di me.
Dalla mia Regia Culla di Disperazione, la mia lingua sui vostri colli sabato, 22 marzo 2008
![]() Sagome distorte e confusioni d’ombre alla deriva di quello che si poteva aver creduto, mai, pensato, immaginato, altrove.
domenica, 17 febbraio 2008
![]() Ho invidiato chi non ha più casa, affetti, appartenenza, ma solo l'immensità angusta di una città qualsiasi a fare da capolinea e da partenza ad ogni viaggio.
venerdì, 25 gennaio 2008
![]() ![]() Non era niente. Era solo un inizio, un principio di mancanza tutt’al più, che si sarebbe manifestata poi. Un altro buco. Irriempibile, come al solito. Irriempibile. Come tutti gli altri. domenica, 13 gennaio 2008
![]() It loves beast giovedì, 03 gennaio 2008
Marion, 04
![]() Non avendo il necessario coraggio per farmi del male andavo cercando ovunque possibili segni della catastrofe. Volevo l'inoppugnabile predizione di un devasto totale, una distruzione che fosse certa e inevitabile, tanto potente da lasciare terra bruciata e fare male di un dolore cieco.
domenica, 30 dicembre 2007
La distanza che ci ingoia, 10
![]() La fine è soltanto un riverbero artificiale a coronare la collezione delle incapacità |
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